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Sapevatelo, The Dark Tower prende ispirazione dalla collezione di libri scritti da Stephen King — per chi ha vissuto in una caverna, quello di Carrie, Shining, It, Il miglio verde, etc. —, nominata dallo stesso autore la propria “opera magna”. Negli 8 libri che la compongono, la saga ha guadagnato l’amore di critica e pubblico mescolando sapientemente temi disparati quali fantasy, fantascienza, horror e western e, in ultimo, creando un fil rouge tra molte delle opere dell’autore statunitense (prendete il concetto di “trip” ed elevatelo ad ennesima potenza).

Se pensate che la saga possa avere un potenziale, avete ragione, testimone il riuscito adattamento a fumetti di Marvel. The Dark Tower, il film, prima trasposizione su celluloide della saga, riesce nel ricreare la magica atmosfera dei libri ma fatica a trasporre tutta la profondità dell’opera. Ma andiamo con ordine.

Kill with your heart

Un mago malvagio chiamato L’Uomo in Nero (Matthew McConaughey) ordina ai propri sgherri — degli uomini-ratto che indossano pelle umana (o Edgar-abiti, alla MiB) per mimetizzarsi — di rapire alcuni bambini dotati di un particolare potere psichico. Lo scopo, usarli per abbattere la Torre Nera: un megalite magico che, venuto meno, consentirebbe al male assoluto di dominare il nostro universo. Dalla parte dei buoni, l’irriducibile difensore, Roland Deschain (Idris Elba), il Pistolero (maiuscolo) dalla mira infallibile che “uccide col cuore” e Jake Chambers (Tom Taylor), undicenne dagli incredibili poteri psichici nonché l’arma ideale cercata dall’Uomo in Nero. Benché il personaggio centrale della serie di King sia Roland, nel film (moralmente spin-off/continuazione dei libri) è Jake a portarci, prima coi suoi sogni e poi di persona, a Medio-Mondo, il luogo metafisico dell’Uomo in Nero, Roland e la Torre Nera.

La prospettiva del film ad altezza teenager ricorda i lavori di un altro Stefano — Spielberg — e contribuiscono a differenziare il punto di vista della pellicola da quello dei libri, assumendo qui un connotato (nel bene o nel male) più vicino a Harry Potter che alle cupe atmosfere delle opere di King. D’altra parte ci pensa Roland a fornire la spalla epica, e spesso candidamente ironica, al film. Dal canto suo, Elba (l’Heimdall di Thor e lo Stacker Pentecost di Pacific Rim) fa un lavoro egregio col personaggio, donando al Pistolero la fisicità e il pathos necessari al ruolo e capaci di mettere a tacere le forti critiche dei “puristi” della serie che immaginavano Roland interpretato da un sosia di Clint Eastwood, il cui “Biondo” della Trilogia del Dollaro di Sergio Leone aveva ispirato King nella costruzione del personaggio (e le successive illustrazioni dei libri). Dall’altra parte della barricata troviamo l’Uomo in Nero interpretato da un McConaughey all-black (capelli compresi) le cui subdole movenze ben rappresentano l’invincibile cattivo del film. Peccato che, se da una parte gli inaspettati sfoghi d’ira (ai danni dei propri sgherri) e la sua capacità di uccidere con un sussurro, lo rendano terrificante, dall’altra fatichi nel giustificare la vera ragione per cui voglia abbattere la Torre, privando la trama del film di buona parte della sua solidità.

Purtroppo la pellicola non è constante e momenti brillanti — molti con protagonista Roland sono già diventati cult — si alternano a sequenze quasi da “melina” che poco o nulla aggiungono all’avanzamento di trama o costruzione della psicologia dei personaggi. C’è da chiedersi se (e augurarsi che), nell’era di Game of Thrones e Netflix, la naturale trasposizione per la serie di King non sia la celluloide ma il piccolo schermo. Produttori avvisati…

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